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NOI CREDIAMO E PER QUESTO PARLIAMO   versione testuale
Lettera Pastorale per il biennio 2008-2010


S.E. Rev.ma Mons. ADRIANO CAPRIOLI

Noi crediamo e per questo parliamo – Lettera Pastorale 2008-2010


INTRODUZIONE

Perché questo titolo

“Noi crediamo e per questo parliamo”, è il titolo che ho pensato di dare a questa lettera pastorale, facendo mio quanto l’apostolo Paolo scrive nella seconda lettera ai Corinti: “Sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo” (2 Cor 4,13). L’Apostolo, di cui quest’anno ricorre il bimillenario della nascita, testimonia il legame profondo tra il credere e il comunicare. Sì, comunicare la fede nel nostro tempo richiede anzitutto di conoscere ciò in cui si crede, e di saperlo vedere nella sua verità e originalità, senza confusioni di sorta. Anche il dialogo, che particolarmente impegna i cristiani del nostro tempo con quanti non condividono la stessa fede, non è un impedimento, ma una provocazione a verificare le stesse ragioni del credere. Non è un caso che Paolo VI nella lettera programmatica del suo pontificato, l’enciclica Ecclesiam suam, prima del dialogo parli dell’identità cristiana e del rinnovamento della vita cristiana, vere premesse per un dialogo sincero e autentico. Mi ha colpito, leggendo o ascoltando alcune voci del Convegno Ecclesiale di Verona (ottobre 2006), la consapevolezza di sperimentare oggi, come Chiesa, una “distanza culturale” tra la fede cristiana e la mentalità contemporanea su tanti ambiti della vita quotidiana delle persone: affettività, fragilità, educazione, lavoro e festa, cittadinanza. E tuttavia, l’invito condiviso da tutti era quello di non considerare questa distanza culturale come una sorta di “condanna, disgrazia, fatalità” del nostro tempo, ma al contrario di vederla come “occasione, sollecitazione, opportunità” di scelte prioritarie del nostro essere cristiani. Non solo comunicare la fede chiede di conoscere ciò in cui si crede, ma impegna a parlarne. San Paolo è convinto che quanti sono venuti alla fede hanno la responsabilità di comunicarla ad altri. Credere è per sua natura un atto comunitario, e non potrebbe mai ridursi a fatto privato, individualistico, chiuso in se stesso. L’acqua che trabocca dalla sorgente ha bisogno di scorrere sul terreno, diversamente diventerebbe stagnante e alla fine imbevibile.

Il “perché” di questa lettera

Come vescovo mi domando spesso: è possibile comunicare la fede, nelle nostre terre? La comunicazione della fede, che pure è un compito primario della comunità cristiana, appare spesso titubante ed incerta. I genitori fanno fatica a comunicare la loro fede ai figli, specialmente dopo una certa età, e i credenti sono imbarazzati a parlare di fede ai non credenti. I preti stessi hanno l’impressione di non riuscire più a comunicare con l’ambiente dentro il quale vivono il loro ministero. È questo uno dei problemi più drammatici della nostra Chiesa occidentale, che sembra entrata in un certo “mutismo della fede”. Già Montale lamentava questa condizione, quando scriveva: “Siamo a Pentecoste e non c’è modo che scendano dal cielo lingue di fuoco”. “Guai a me se non predicassi il Vangelo”, scrive l’apostolo Paolo alla comunità di Corinto (1 Cor 9,16). Predicare il Vangelo e comunicare la fede non è solo il compito dell’apostolo, ma la ragione stessa dell’esserci della Chiesa. L’evangelizzazione è così il problema della Chiesa, nel senso che è il problema stesso dell’esserci della Chiesa, che solo nell’evangelizzazione ha la propria ragione d’essere, e quindi vi si identifica: fuori dall’evangelizzazione non c’è azione di Chiesa, ma neppure c’è la Chiesa. Sono prime sollecitazioni, queste, che mi inducono a dedicare un biennio del nostro cammino di Chiesa al tema del “comunicare”. Non è un tema accessorio o di lusso. Si tratta della condizione del nostro essere cristiani, e dell’esserci stesso della Chiesa. Il tema si pone in continuità con quello dell’ “educare” e con quelli precedenti del nostro essere “Chiesa sotto la Parola”, “Comunità eucaristica e missionaria”, chiamata a trasmettere la fede alle nuove generazioni con il rinnovamento della prassi di Iniziazione cristiana, coinvolgendo insieme comunità e famiglie. A differenza delle precedenti lettere, questa risulterà più ampia, ma confido che il coraggio di affrontare un tema complesso, come quello del comunicare la fede in un contesto di pluralismo, possa aiutare la nostra pastorale ad aprirsi ad orizzonti indilazionabili. Anche le scelte operative che ne scaturiranno saranno tanto più efficaci, quanto più avremo avuto la pazienza di non dare per scontate le motivazioni profonde – teologiche e culturali – che le sostengono.

Camminando insieme

Sono anche consapevole che questa lettera è complessa, non solo per la varietà dei temi da affrontare, ma anche per la diversità dei destinatari da intercettare. Una confortante speranza di accoglienza è data dal fatto che si tratta, certo, di una lettera scritta dal Vescovo, ma come frutto di un cammino che ha già coinvolto vari soggetti nella vita della diocesi: i Consigli presbiterale e pastorale diocesani; in particolare il clero nei vicariati; associazioni, gruppi e movimenti; centri culturali; laici impegnati nella scuola, nella professione, nella vita sociale, politica e nella comunicazione in occasione dei vari incontri del vescovo. Scritta con l’apporto di più voci e diversi contributi, di cui ringrazio cordialmente, questa lettera viene ora per così dire consegnata alla comunità diocesana, perché nei vari ambiti e con le opportune modalità si possano avviare quelle iniziative particolari e scelte operative necessarie per dare efficacia all’azione pastorale delle nostre comunità cristiane sul territorio. Affido in particolare, come proprio compito, agli Uffici pastorali diocesani di dare concreta attuazione agli obiettivi della Lettera. Un’ esplicita richiesta avanzata da parte degli stessi Uffici pastorali, e da più voci interpellate, ha riguardato l’opportunità, anzi la necessità, di avviare già nel testo della Lettera alcune scelte operative e iniziative particolari (cfr. i riquadri), indicando piste di riflessione e di lavoro per una ricezione della stessa Lettera nel cammino della pastorale ordinaria della nostra Diocesi.

Nell’anno paolino

Il prossimo anno pastorale, poi, coincide in buona parte con l’Anno giubilare paolino, inaugurato da Papa Benedetto XVI il 28 giugno 2008 nel bimillenario della nascita dell’Apostolo. Sembra abbastanza ovvio che anche la nostra Chiesa resti in questo orizzonte, e che quindi la scelta del libro biblico dell’anno, anzi del biennio della lettera pastorale sul comunicare la fede, sia legata a Paolo, in particolare alle sue lettere. Avendo già proposto come libri biblici gli Atti degli Apostoli nel 2001-2002, e la Prima lettera ai Corinti nel 2003-2004, la scelta doveva inevitabilmente cadere sulla lettera di Paolo ai Romani, in quanto è un testo che, per densità dottrinale, importanza storica e lettura impegnativa, potrebbe favorire la riflessione della nostra Chiesa orientata sul tema del “comunicare la fede”. Sotto questo aspetto, l’approccio alla Lettera ai Romani aiuterebbe bene a comprendere il necessario radicamento di ogni agire cristiano, inclusa la missione di comunicare la fede nella “novità cristiana”. Ma per introdurci nella comprensione dello scritto di Paolo ai Romani, propongo la lettura della Lettera ai Filippesi, perché subito Paolo ci dice che, di fronte alle sfide che dobbiamo affrontare, la causa del Vangelo ne uscirà rafforzata, e così sapremo cogliere meglio il “nuovo” dell’essere cristiani. È una lettera che, quasi, parla da sé. Scritta sotto l’impeto di un’ondata di gioia, anche se dalla prigione, mantiene un tono e un linguaggio sostanzialmente familiare, discorsivo, immediato. Essa presenta un linguaggio e un tono molto simili alle lettere ai Tessalonicesi, ma anche una dottrina sul futuro; ed è alquanto evoluta rispetto a quelle. Inoltre vi troviamo abbozzi di temi – sulla vita della Chiesa, sull’apostolato di Paolo, sulla giustizia dalla fede – che preannunciano da vicino le ampie trattazioni delle lettere ai Corinti, ai Galati e ai Romani. Così, leggendo quella ai Filippesi, ci si dispone anche all’ascolto di altre grandi lettere paoline. Per una lettura biblica biennale La scelta di dare alla lettura di S. Paolo un biennio, andando oltre l’anno paolino, chiederà un rinnovato impegno, per dare continuità alla scelta già avviata all’indomani del Giubileo del 2000 di crescere come “Chiesa sotto la Parola”. Anche il Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio (5-26 ottobre 2008), il compimento dopo lunga attesa della nuova traduzione CEI della Bibbia e l’accoglienza dei nuovi Lezionari per la liturgia diventano motivo e stimolo per questo rinnovato impegno nelle nostre comunità. Il biennio sarà così articolato: nel primo anno, 2008-2009, ci sarà l’approccio alla figura dell’Apostolo nel suo insieme e, in particolare, la lettura della Lettera ai Filippesi, significativa tra le lettere paoline per la sua originalità e incisività tematica su gioia e libertà di credere in Cristo; nel secondo anno, 2009-2010, verrà fatta la lettura della Lettera ai Romani, il testo più impegnativo e decisivo dell’annuncio del Vangelo a tutti (pagani, giudei, cristiani) e delle sue modalità culturalmente più efficaci. Già ogni parte di questa Lettera pastorale sarà introdotta da un momento significativo della vita e dell’azione dell’Apostolo, per farci comprendere che è lui, “il servo di Cristo”, ad accompagnarci nella missione di essere “cooperatori della diffusione del Vangelo” (cfr. Fil 1,1.3).

11/10/2008


Lettera Pastorale per il biennio 2008-2010