Presentare una Lettera pastorale sul tema del vigilare chiede anzitutto di provocare delle domande.
Perché “vigilare”?
Permettete una confidenza. Era il 1997, l’anno centenario della morte di S. Teresa di Lisieux. Tra i diversi interventi sulla figura di S. Teresa, mi aveva colpito leggere in una sua raccolta di scritti — di cui mi era stato chiesto di fare la prefazione —, quello del Card. Carlo M. Martini tenuto qui a Reggio Emilia nella Basilica della Ghiara al clero il 13 febbraio. Io neanche sognavo che l’anno dopo sarei stato inviato come vescovo a Reggio. Tema della meditazione era “Maria e la notte della fede nel nostro tempo”.
“A mio avviso, la notte del nostro tempo, la crisi di fede nella quale siamo immersi — disse il Cardinale — raggiunge un’acme doloroso su un aspetto specifico, che è un po’ come il nervo scoperto nel corpo dell’uomo occidentale: la vita dopo la morte, la vita eterna, i cosiddetti Novissimi.
È l’aspetto su cui oggi c’è maggiore confusione, oscurità, dubbi, reticenze, rimozione pratica sia fra i non credenti sia fra i credenti praticanti. È davvero impressionante osservare, nelle inchieste sociologiche sulla religiosità, come l’incertezza sui fini ultimi tocchi anche chi afferma di credere in Dio, in Gesù Cristo; chi ascolta la Chiesa…
In ogni caso, la vita dopo la morte è oggetto di pratica messa tra parentesi, quasi che il limite biologico dell’esistenza fosse di fatto sufficiente a definire la vita umana, le sue aspirazioni e i suoi traguardi. In tal modo tutto viene calcolato nell’ambito terreno; e, se talora l’ipotesi di un aldilà non viene respinta, è però ininfluente persino nella vita e nei comportamenti di molti cristiani”.
C’è chi liquida il problema con una battuta: “Che cosa importa se si muore? L’importate è la salute!”. Pensiamo anche a come si parla ai malati in grave pericolo di morte: “si preferisce discorrere — così continuava il Cardinale — sulla sperata guarigione, al massimo sull’accettazione di una volontà di Dio, ma si ha paura a spingersi oltre. La realtà della vita eterna non ha niente a che fare con le buone risoluzioni di questa vita.
Tanta gente, tanti giovani sono pronti a giocarsi sul visibile, sui valori che in qualche modo hanno riscontro (come solidarietà, pace, giustizia, volontariato), ma ben pochi si giocano sull’invisibile, su ciò che non ha riscontro nel tempo”.
L’intento di questa Lettera pastorale è anzitutto quello di risvegliare la coscienza cristiana attorno alle verità dimenticate della speranza cristiana, superando quella cortina del silenzio che ha fatto della speranza cristiana il “pianeta sconosciuto” della nostra pastorale e cultura.
Se siamo cristiani praticanti, siamo abituati ad andare in chiesa. Sappiamo che Dio ci convoca nella sua casa per pregare, ascoltare la sua Parola, celebrare l’Eucaristia. Ma non dobbiamo dimenticare che il Signore viene a sua volta nella nostra casa, viene a bussare alla porta della nostra vita, viene ad incontrarci nei luoghi e nei tempi della nostra esistenza quotidiana. È la convinzione che troviamo nelle Chiese dell’Apocalisse.
Perché l’Apocalisse?
Dopo quanto abbiamo già ascoltato da don Giuseppe Dossetti, la risposta alla domanda tocca a ciascuno di voi. Io vorrei dare, ad alta voce, una mia personale ragione di questa scelta. Sono stato anch’io colpito, leggendo nel tempo pasquale le pagine dell’Apocalisse previste dall’Ufficio delle Letture del giorno, della mia ignoranza e istintiva allergia ai simboli, linguaggi e contesti allusivi, a prima vista poco coinvolgenti, di questo libro biblico.
Provocato però dal corso di Esercizi spirituali predicati in giugno a Marola da padre Serafino Tognetti, della comunità dei “Figli di Dio” fondata da Don Divo Barsotti, l’autore di un bel commento all’Apocalisse, e, con l’aiuto di uno dei maggiori esperti viventi come il gesuita del Biblico, Ugo Vanni, mi sono lasciato coinvolgere.
La cosa che più mi coinvolge, meditando su questo libro biblico proposto come cammino di fede alle nostre comunità cristiane, è la capacità dell’Apocalisse di sollecitare una lettura credente della nostra storia. “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia” (Ap 1,3).
Certo, autore del libro è Giovanni, che la tradizione attribuisce al discepolo che Gesù amava. Ma più ancora è per così dire protagonista la comunità riunita nel “Giorno del Signore”, la nostra domenica (cfr. Ap 1,10). C’è uno che legge e c’è l’assemblea che ascolta.
“Se vogliamo capire come va il mondo, non basta leggere i giornali e ascoltare la televisione. Dobbiamo ripartire dalla liturgia, dove la Parola di Dio viene annunciata e l’Amore di Dio viene proclamato, perché il senso della storia è lì” (Luciano Monari in un corso di Esercizi a Pietravolta poche settimane prima di essere ordinato vescovo, nel 1995).
Riflettendo in questi anni sulle nostre assemblee domenicali, condivido la risposta che un confratello Vescovo ha dato ad un giornalista, che gli aveva rivolto questa domanda: “Eccellenza, come mai Ella si preoccupa poco delle molte persone battezzate che non vanno alla Messa domenicale?”. L’Eccellentissimo rispose: “Non è che non mi preoccupa la cosa: mi chiedo piuttosto come escano dall’Eucaristia domenicale quelli che vi hanno partecipato”. Come uscivano dall’Eucaristia domenicale i cristiani delle prime comunità dell’Apocalisse? Come i cristiani escono dall’Eucaristia domenicale, è la domanda che ancora oggi come Chiesa ci poniamo.
Su di un punto mi piacerebbe attualizzare la domanda sulla centralità dell’Eucaristia per la vita delle nostre comunità, e il compito di vigilanza della nostra pastorale. Ed è quella che riguarda la dimensione sociale e comunitaria del matrimonio e della famiglia.
Certamente questo è un punto della massima importanza, anzitutto perché è vero: l’uomo, la coppia umana, ha bisogno di una comunità, e non possono vivere senza di essa. È vero anche, reciprocamente, che la coppia scopre progressivamente la sua forza, il contributo che essa può dare alla comunità, alla quale appartiene.
Vita parrocchiale è anche quella che si svolge nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nella scuola, affinché la vita cristiana non sia solo un convergere verso la comunità, ma la parrocchia si dilati verso gli spazi della vita quotidiana, soprattutto verso la famiglia.
Per lo stretto legame che intercorre tra Eucaristia e vita, è impensabile che la cura della celebrazione da parte di tutti possa tradursi, “fuori dal tempio”, nella stessa vita ecclesiale e civile, in un nulla di fatto.
Già per questa ragione la preparazione dei fidanzati al matrimonio può diventare l’occasione di una riscoperta di un cammino da compiere non separatamente dalle comunità parrocchiali.
Anche la società ha bisogno della famiglia. Non si tratta solo di un contributo economico rilevantissimo che la famiglia offre alla società: offre dei figli cresciuti in un ambiente che ha offerto loro serenità. Avere dei ragazzi con pochi “buchi” nel cuore, con un passato accettabile, con una fiducia di fondo nei confronti del futuro è un beneficio di cui la società ha bisogno più di ogni altra cosa. E quindi la società ha tutto l’interesse a sostenerla. Nei confronti della famiglia la comunità civile ha grandi responsabilità, dalla politica urbanistica e fiscale fino alla protezione delle persone deboli o di chi, per qualsiasi ragione, vive un periodo di debolezza.
Perché questa lettera pastorale?
Ricevo anch’io tante lettere pastorali scritte da vescovi miei amici, che all’inizio leggevo per un qualche utile confronto. Confesso che ultimamente finisco per ringraziarli, senza averle lette. Mancanza di tempo? Disinteresse? Supponenza? Senso di troppo?
È vero, il magistero abbonda di documenti, di messaggi, di lettere che si accumulano sui tavoli degli uffici pastorali, delle segreterie episcopali, delle canoniche dei parroci… quando non finiscono perduti. “Cercala nel cestino!”, raccomandava un vicario episcopale di Milano ad un parroco, che si scusava di non aver ricevuto una importante lettera.
Sono convinto che le lettere pastorali non siano testi da leggere, ma “da fare”, come gli “Esercizi” di S. Ignazio di Loyola, scritti per accompagnare il cammino degli esercizi spirituali secondo il noto metodo del mese ignaziano.
Preparata lungo l’anno dai vari incontri dei vicari episcopali e foranei e degli Uffici pastorali, la lettera chiede di essere fatta camminare, non solo letta, sul vasto territorio della diocesi, accolta dalle comunità parrocchiali e realtà ecclesiali, accompagnata dai parroci, preti e diaconi, operatori pastorali e ultimamente anche dai laici impegnati nel sociale e nel politico.
Accolta come libro da fare, non solo da leggere, può diventare strumento di lavoro per incontri di progettazione, ritiri di formazione, assemblee di condivisione.
Ed è ciò che ci apprestiamo a fare, tra poco, dopo l’invocazione dello Spirito, la preghiera di mandato, consegnando la lettera pastorale ad alcuni rappresentanti degli 11 Vicariati della Diocesi.
Concludo con un desiderio, anzi una promessa fatta nella Messa conclusiva della visita pastorale alle parrocchie in questi anni: “Questa è stata una visita con preavviso… la prossima sarà senza preavviso!”: non certo in tutte le 319 parrocchie della diocesi, ma almeno in una per ogni Vicariato. Sarà l’occasione per quella parrocchia di sentirsi incoraggiata a preparare il progetto di Iniziazione cristiana e del coinvolgimento delle famiglie che ho chiesto a tutte le parrocchie o Unità pastorali da portare come dono al Vescovo e alla Diocesi in occasione dei pellegrinaggi che inizieremo nell’anno giubilare alla nostra Cattedrale.
“Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12, 35-37).
Reggio Emilia - Cattedrale, domenica 10 ottobre 2010