
Nel film Nostalghia di Tarkovski una voce, dentro una cattedrale in rovina, intercede: «Fagli sentire la Tua presenza». «Io gliela faccio sentire – dice Dio – ma è lui che non se ne accorge».
In epoche passate il silenzio di Dio era inculcato dal senso del mistero di Dio di fronte al quale l’uomo si sentiva piccolo, letteralmente un infante, come uno che non ha parola. Anche il teologo, in particolare nella tradizione della teologia negativa o apofatica, avvertiva di essere, prima che un uomo che parla di Dio, un uomo che sa di non parlare adeguatamente di Dio. Questo silenzio del teologo era però sempre un silenzio che presupponeva l’esistenza di Dio e ne riconosceva il mistero in un silenzio adorante.
Nel vuoto che si è creato, ecco che si fa sentire vivamente la nostalgia di Dio. A riaprire nel nostro tempo il problema di Dio è il rinnovato interesse per la figura di Gesù e per il messaggio evangelico. È ancora una volta la grande domanda che accompagna tutto il libro Gesù di Nazaret di Benedetto XVI: “Ma che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un mondo migliore? Che cosa ha portato? La risposta è molto semplice: DIO. Ha portato Dio”.
Non è un caso che l’allora Joseph Ratzinger, accompagnando al Concilio Vaticano II come giovane teologo il suo Arcivescovo Card. J. Frings di Colonia, quando si trattava di raccogliere tra i vescovi eventuali temi per l’imminente Concilio, abbia colto nella risposta di un anziano vescovo della Germania questa inquietudine interiore: “Cari fratelli, al Concilio voi dovete innanzitutto parlare di Dio”.
La crisi che ha colpito il cristianesimo europeo — commentava lo stesso Ratzinger —, non è più primariamente o almeno esclusivamente una crisi ecclesiale. La crisi è più profonda: essa non ha affatto le sue radici solo nella situazione delle Chiese; la crisi è diventata una crisi di Dio. Nello stesso tempo, esiti nichilisti dell’ateismo contemporaneo pongono l’interrogativo se la morte di Dio non costituisca, alla fine, la morte stessa dell’uomo. Lo aveva anticipato anni fa André Malraux in una discussione alla Sorbona di Parigi: “L’interrogativo che si impone ora a tutti noi in questa vecchia Europa è se sia morto non Dio, ma l’uomo”.
Alle Chiese oggi, nell’attuale contesto occidentale, è chiesto un nuovo compito: dare testimonianza del mistero di Dio come non separato dal destino dell’uomo, dell’eternità non separata dalla storia, del credere non separato dal sapere scientifico e dall’apprezzare etico. Dare “testimonianza” è diventata parola strategica del cattolicesimo postconciliare. L’idea non apparteneva al lessico del cattolicesimo convenzionale, e neppure a quello della lunga stagione caratterizzata da una “societas christiana”. Assistiamo invece a un suo significativo ritorno nella stagione successiva al Vaticano II.
Ritornando alla domanda di memoria agostiniana, che ancora inquieta il cuore dell’uomo, e al compito di darne testimonianza riflessa, abbiamo invitato il nostro Card. CAMILLO RUINI per una conversazione sul tema da lui stesso indicato “Dio: una grande domanda e una ancora più grande presenza”. Gli siamo grati per la sua disponibilità, come anche al Dr. MARCO TARQUINIO, direttore di Avvenire, che ha accettato di svolgere sul tema una intervista al Cardinale: ambedue qui in occasione dell’inizio del nostro anno giubilare, che vedrà il ritorno della Cattedrale alla sua vita piena, anche come simbolo della città.
Reggio Emilia, 25 ottobre 2010, festa dei Santi Crisanto e Daria