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SINODO DEI GIOVANI
Il Sinodo dei Giovani   versione testuale
Remo Cattarin





IL SINODO, per sua natura, ha lo scopo eminentemente nobile di suscitare delle stimolazioni all’interno non solo della comunità ecclesiale ma anche (e forse in questi nostri tempi) soprattutto in quella sociale, una profonda analisi di quanto la società vive ed in quale rapporto questo suo vivere si inserisca all’interno del messaggio cristiano. La difficoltà maggiore nasce nel momento in cui ci si pone, con grande realismo ed umiltà intellettuale, a cercare quale valenza abbia il sinodo dentro il mondo giovanile. Siamo nell’anno in cui si ricorda la grande figura di don Lorenzo Milani, il prete che ai suoi anni fece scalpore ma che riuscì ad imprimere una sterzata all’interno del mondo scolastico, culturale e sociale italiano (e non solo), ma soprattutto imponendo quasi involontariamente, una riflessione forte dentro la Chiesa. Io ricordo personalmente come molti tra gli stessi cattolici, in quegli anni, condannassero quest’uomo e questo prete per le sue istanze. Ma la sua fu un’azione profetica, non tanto per lo stile organizzativo della scuola di Barbiana, quanto piuttosto per essere stato capace non solo di cogliere i bisogni della gente povera di quella sperduta zona dell’Appennino, ma di capire quali dovevano essere le istanze che una fetta del mondo giovanile di allora, quasi inconsciamente reclamava: riscatto sociale e dignità. Dico questo rileggendo quanto papa Francesco afferma nel documento preparatorio alla XV^ assemblea ordinaria del sinodo dei vescovi del 3 gennaio 2017. Il Papa scende diritto al cuore dei giovani provocandoli con quanto il libro di Genesi, al capitolo 12, riportando la cosiddetta chiamata di Abramo, gli dice: vattene… esci dalla tua terra… Un invito che ai nostri orecchi suonerebbe come una minaccia. Proviamo a pensarci. Vattene…. Va via, allontanati. Facciamo davvero fatica a capirlo! Ma in quel “vattene”, afferma papa Francesco, è racchiuso il profondo senso di una forte vocazione ad aprirsi verso una “terra nuova” che altro non è che un mondo, una società più giusta, più fraterna. Una società che una vecchia canzone degli anni ’60, dopo un’analisi di tante negatività così auspicava: costruiremo una società dove DIO E’ RISORTO.
1^ domanda: Dove Dio è morto oggi e dove, invece, Dio è risorto?
Parlare ai giovani della situazione giovanile in modo generale, per le diversità che sottendono ad ogni fascia di età, è assai difficile. Così come parlare di fede, quando questa appare come un concetto astratto, nebuloso e spesso dal sapore quasi rancido e di vecchia memoria. Occorrono anzitutto in questo caso due grandi disponibilità e competenze: conoscenza e delicatezza. Conoscenza perché ciò permette una più coerente lettura del mondo dei giovani con i suoi bisogni, i suoi dubbi, i suoi complessi modi di esplicitarsi, di aprirsi e di chiudersi al mondo e delicatezza perché ogni fase della crescita giovanile merita tutte le attenzioni che una società ma anche una famiglia, una parrocchia dovrebbero avere per evitare il crearsi di lacerazioni e strappi. Parlare di fede a volte può ingenerare diffidenza, dubbi, perplessità, ma anche creare ansia di conoscenza. Ecco la domanda delicata che Gesù pone ai 2 discepoli di Giovanni che lo seguono: Che cosa cercate? Perché il mondo giovanile è un mondo in ricerca e quindi non deve mancare ad una Chiesa che oggi si pone in cammino accanto ai giovani, l’attenzione verso questa ricerca. Questo “cercare” che, come ai discepoli di Giovanni, ottiene da Gesù una risposta così precisa – venite e vedete - da stigmatizzarsi addirittura in un connettivo temporale: erano le 4 del pomeriggio, l’ora in cui un semplice dialogo cambia la vita dei due discepoli di Giovanni. Cristo domanda a chi lo segue che cosa questi stia cercando e si fa trovare proprio in un momento preciso. Sarà la stessa domanda che il Maestro porrà alla Maddalena: non più che cosa cerchi bensì CHI ella cerchi. Questo CHI che non è un’entità astratta, ma una persona ben definita che le cambierà la vita.
Attualizziamo la domanda di Gesù ponendola ai giovani dei giorni nostri: Chi cercate?
La generazione giovanile occidentale del nostro tempo vive un clima di grandi incertezze. Nonostante le lauree ed i titoli conseguiti, non vi sono certezze occupazionali. La situazione /limbo di tenti giovani. La generazione dei né…né. E insorgono qui tutta una serie di domande, più o meno esplicitate, che nascondono tante difficoltà.
1° difficoltà: il sacro visto come una ostilità la quale, ancorchè non tematizzata, viene vissuta tuttavia come una sorta di reliquia di un tempo passato.
2° difficoltà: la multiculturalità che interroga e che confonde, che crea disorientamento ma che riporta, alla fine, alla nostalgia di un forte bisogno di appartenenza.
3° difficoltà: la crisi familiare. Genitori iperprotettivi o assenti non possono che creare fragilità che diventano alla fine senso di sfiducia verso il mondo degli adulti.
Da ciò una inevitabile conseguenza: non mettersi in gioco, mai!
Ma è qui che ci giochiamo la nostra partita che non vuole vederci a tutti costi vincenti bensì portatori di un messaggio di speranza e di gioia: rischiamo per metterci in gioco. “Vattene… esci, ma abbi fiducia perché IO sono con te..” Come sarebbe bello riuscire a far comprendere ai nostri giovani tutta l’elegante bellezza che l’antifona di Pasqua della messa del giorno recita: resurrexi et adhuc tibi sum. (Sono risorto e sono sempre con te!) Anche su questo si imporrebbe una riflessione attenta.
2^ domanda: Come Cristo può cambiare la vita: quali incontri possono mettere in gioco la vita di un giovane per fargli incrociare la propria strada con quella di Cristo?
E’ importantissimo considerare questa grande azione di apertura verso il mondo giovanile che scuote e mette in moto la Chiesa universale, proprio attraverso il sinodo. Ascoltare e comprendere i giovani vuol dire porsi accanto a loro anzitutto per un cammino di condivisione. Oggi il giovane si interroga sul senso della vita, su quell’esistenzialità che ha costituito la base di alcune correnti di pensiero di un tempo non troppo remoto dall’attuale. Ma ciò che è pure anelito, a volte manifesto altre più recondito ma ugualmente presente, di tante giovani anime e coscienze è quanto un termine africano, assai caro ad un nostro sacerdote diocesano “fidei donum” coniato nell’africa centrale è: UBUNTU. Una parola che per se stessa racchiude un significato di spessore elevatissimo e si potrebbe tradure nel modo seguente: io sono perché noi siamo. Mai espressione così umanissima potrebbe essere diventare “manifesto” dell’azione e per l’azione di tanti giovani. E andrebbe a contrastare un altro termine al quale papa Francesco ha più volte fatto riferimento: “EGOLATRIA”. Il culto dell’io nel mondo giovanile che anche certe canzoni propongono, forse in modo provocatorio (speriamo) dove il “tutto ruota attorno a te in funzione di te…” Occorre un’ azione forte che proponga un modello di rottura con gli schemi per scavare all’interno del cuore e mettere a nudo ciò che veramente di essenziale anela questo cuore: sostanzialmente il bisogno di amore. Padre Quoist ne parlava con apprensione almeno 40 anni fa e di ciò se ne face paladino. Ora, occorrono istanze forti che riportino tanti giovani a ri-scoprire al loro interno quella luce flebile magari seminata timidamente dalla famiglia. Fare in modo che si imponga una riflessione sul senso profondo dell’essere e dell’essere cristiani anche se all’interno di una società secolarizzata. Lo spirito giovanile, di per sé portato ad andare controcorrente, di sicuro non si adagerà su scontate risposte o su superficiali e sterili osservazioni. Scaverà nell’intimo e scoprirà lentamente il bello ed il buono di una scelta che apre orizzonti umani e sociali e che, inevitabilmente, porterà ad un discernimento vocazionale che imporrà una scelta. Quella che il poeta sacerdote rosminiano Clemente Rebora chiamava la “scelta tremenda”: dire sì o dire no a qualcosa che so. E qui non si devono dimenticare le grandi solitudini interiori che affliggono la nostra gioventù. Oggi, parlare di solitudine, quando assistiamo a mille fermenti di gruppi, ci pare quasi anacronistico. Ma non è così. Vi è una solitudine interiore che brucia dentro al cuore di tanti giovani e che noi, la Chiesa, dobbiamo riportare alla superficie: quella che l’apostolo delle genti, S. Paolo, condensava nella frase: il nostro cuore non riposa che in Te. Ecco: credo che il ruolo che il sinodo debba avere sia proprio questo: riuscire ad aprire i cuori di tanti giovani, proponendo loro sfide di vita che non sono il martirio o altri modi cruenti di porsi, quanto piuttosto l’addivenire a scelte libere e coraggiose che sappiano leggere nelle pagine del vangelo del Maestro che percorreva le strade di Palestina, messaggi forti e coinvolgenti, capaci di ribaltare una vita. “Vai, vendi quello che hai, dallo ai poveri…poi vieni e seguimi! Non ci lasci turbati l’atteggiamento del giovane ricco che se ne andò rattristato perché aveva molti beni. Ci impegni piuttosto a pensare se noi adulti abbiamo piuttosto stravolto con le “cose” e” l’avere “, il più nobile concetto dell’essere. Il sinodo sarà un ponte che la Chiesa offre a tanti giovani per aiutarli a discernere nella loro vita ciò che vale e ciò che non vale. A rivedere, alla luce dei tempi nuovi, quello che p. Natalino Sarale scriveva in una sua pubblicazione: compete a noi, e solo a noi, essere e costruire uomini nuovi per un’epoca nuova.
3^ domanda: Come possiamo presentare ai giovani, ed in quale modo, il messaggio che sono loro gli uomini nuovi che dovranno costruire l’epoca nuova. Della Chiesa e della società.