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Giovani e vocazione: tra motivi di speranza e necessità di un rinnovato impegno formativo   versione testuale
In vista della Giornata del Seminario (20 novembre) la riflessione del Rettore








Non è raro che i fratelli sacerdoti che incontro mi ricordino la bellezza dell’incontro dello scorso anno vissuto con i preti che hanno partecipato alla prima Giornata di Fraternità Sacerdotale. Coloro che hanno maggiormente presente la situazione vocazionale della nostra Diocesi mi rammentano quello che mons. Cleto Bedin diceva alla fine del suo intervento di testimonianza. Egli, ricordando come nel 1975 la crisi toccasse la realtà del Seminario mentre la pastorale nelle parrocchie viveva una stagione vivace, segnalava che oggi le posizioni si sono scambiate: se nel 1975, nelle parrocchie, c’era “di fatto un terreno fecondo spiritualmente e coltivato vocazionalmente. Oggi questo terreno non c’è più, per cui la scelta vocazionale sta affrontando una crisi ben più profonda del tempo passato che stiamo ricordando. Perciò, come è avvenuto per il Seminario nel 1975, dovremmo mobilitarci tutti come presbiterio diocesano per fare una seria riflessione sulla situazione vocazionale”.
Una realtà viva
Ma qual è la situazione attuale? Dobbiamo dire che il nostro Seminario è vivo e vegeto, con 86 seminaristi. In particolare, mostra una reale vivacità il Seminario Minore; in anni di sfiducia dei genitori verso realtà istituzionali come la scuola, la qualità della vita comunitaria e del percorso educativo convincono anche i papà e le mamme che fanno fatica a lasciare che il proprio figlio viva questa esperienza di ricerca. Quest’anno sono entrati tanti giovani, 12 alle medie e 10 alle superiori: sono segno di una pastorale dei più piccoli che ancora propone itinerari formativi (su tutti il catechismo) e di servizio (in particolare i chierichetti). Tali percorsi sono ancora capaci di formare un ragazzo; nonostante le grandi fatiche.
Il nostro Seminario, grazie ad educatori che si dedicano non solo ai seminaristi ma a centinaia di ragazzi che incontrano nelle iniziative di catechesi (un grazie va all’ufficio catechistico) o per i chierichetti, e anche a migliaia di ragazzi e ragazze che incontrano per i cammini sacramentali (quest’anno anche col giubileo), riesce a proporre e a trovare disponibilità per un percorso di ricerca vocazionale dei più piccoli. Molto si fa, si può anche migliorare, ma è soprattutto importante non trascurare l’impegno di formazione dei bambini.
Vera emergenza
Discorso diverso è per l’età giovanile, dai 18 anni in su. Qui i segnali preoccupano molto. I giovani - adulti che arrivano in seminario per un percorso di ricerca vocazionale sono sempre meno. Certo quest’anno sono entrati 5 giovani in Comunità vocazionale ma la classe precedente è di 1 e altre classi sono spesso di uno o anche di nessuno. Domenica scorsa il gruppo di ricerca vocazionale Diaspora si è ritrovato, il solo “diasporante” era assente.
Che cosa significa? Che nessun giovane della Diocesi è chiamato a verificare la propria vocazione? Vorrebbe dire che Dio ha deciso di non chiamare più nessuno di quest’età. Ma noi sappiamo che Dio è fedele e perciò Egli sta chiamando; forse dobbiamo aiutare i giovani a rispondergli. Certo i giovani oggi sono disturbati da un contesto distante dall’esperienza di fede; siamo, come si usa dire, in un mondo secolarizzato.
E’ sotto gli occhi di tutti la realtà di giovani sempre più lontani da una vita cristiana. Eppure, possiamo dire che non c’è nulla da fare, che dobbiamo solo accettare la situazione?
E’ sotto gli occhi di tutti che non ci sono molti giovani in parrocchia, è vero. Ma è anche vero che a Treviso Azione cattolica, scout, movimenti, percorsi di catechesi, eventi come la Gmg, veglie con il Vescovo muovono migliaia di giovani. Nessuno di loro si è lasciato interrogare durante il tempo estivo ed è giunto a mettersi in cammino di ricerca vocazionale: perché?
Itinerari per formare
Riporto ancora l’intervento di don Cleto, che con lucidità indica una strada che condivido appieno: “Secondo me occorre impegnarci nella Pastorale giovanile che, dagli anni dell’età dei ragazzi, poi degli adolescenti e dei giovani, curi una formazione spirituale che coltivi e alimenti la risposta vocazionale.
Perché è proprio la scelta vocazionale che oggi tende ad essere disattesa nei giovani, e in tutto l’arco vocazionale: vocazione sacerdotale, religiosa ma anche matrimoniale. Per quello che so io, i nostri cammini formativi di ragazzi e giovani hanno tante attenzioni educative, ma non riescono ad offrire quel percorso spirituale aperto alla vocazione.
La vocazione, infatti, nasce da un terreno spirituale coltivato interiormente. Quindi è necessario garantire un itinerario formativo spirituale adatto all’età, che coltivi ed accompagni una sensibilità o vita interiore tale che, da un lato permetta al ragazzo e al giovane di cogliere la chiamata del Signore, e dall’altro egli trovi poi la forza di rispondere personalmente alla chiamata sia per il sacerdozio, la vita religiosa ma anche la vita matrimoniale”.
Ci sono diocesi che lavorano da anni, con buoni risultati, collaborando tra parrocchie, pastorale giovanile e pastorale vocazionale; forse dovremmo avere l’umiltà di confrontarci con le buone pratiche di chi ha sperimentato e riflettere su come declinarle nel nostro contesto particolare.
In questa direzione va anche la chiesa universale. Dopo il sinodo sulla famiglia, papa Francesco ha dato il tema per il prossimo, nel 2018: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. La questione è urgente per la nostra Chiesa e per quella universale, dobbiamo prenderla in considerazione, metterla in agenda. Se non ora, quando?
don Pierluigi Guidolin, rettore del Seminario vescovile di Treviso